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20 AGOSTO 2001
nr. 65
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)
Contenuto:
1 - ICRCNEWS nr. 22- 23- 25- (dal CICR non è stato inviato
il nr.24)
Traduzione di Luigi Micco
2 - Commenti al Conferimento del Cavalierato a Franca Faita
Comunicatoci da Padre Marcello Storgato - Mineaction - Brescia
3 - Riflessioni e convinzioni sull'azione umanitaria di oggi e di
domani.
di Cornelio Sommaruga (Presidente CICR dal 1987 al 1999)
Tratto da Revue Internationale de la Croix Rouge, nr. 838, 2000,
pp.295-310
Traduzione di Pierpaolo Benetton
Nota della Redazione:
La sesta ed ultima parte della relazione sui "Rifugiati"
di Luigi Micco
verrà pubblicata sul
nr. 66 del Notiziario.
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1-
CICR News n. 22 del 7 giugno 2001
INDONESIA: BAMBINI SMARRITI RITROVANO LE PROPRIE FAMIGLIE
Una piccola squadra, composta da personale del CICR e della Croce
Rossa
Indonesiana, ha riportato alle loro famiglie 13 bambini da cui erano
stati
separati in seguito alla fuga dalle violenze scoppiate nella provincia
di
Maluku-Nord nel 1999.
ALGERIA: QUARTA SERIE DI VISITE AI DETENUTI
A seguito dell'accordo concluso con il governo algerino nel 1999,
che
autorizzava il CICR a visitare le persone detenute nelle strutture
gestite
dal Ministero della Giustizia, una squadra di cinque delegati, di
cui un
medico, ha effettuato una quarta serie di visite tra il 21 aprile
e il 2
giugno 2001.
REPUBBLICA DI GUINEA: OLTRE 600 MILITARI SENSIBILIZZATI SUL DIRITTO
INTERNAZIONALE UMANITARIO
Quattro seminari sul diritto internazionale umanitario sono stati
organizzati nella seconda metà del mese di maggio, diretti
a 170 ufficiali
delle forze armate della Repubblica di Guinea. I seminari, tenuti
congiuntamente dall'Ufficio per il diritto internazionale umanitario
del
ministero della Difesa, dalla Croce Rossa Guineana e dal CICR, si
sono
svolti a Faranah, Kissidougou e Guékédou.
ERITRA/ETIOPIA: CIVILI RIMPATRIATI DAL CICR IN ERITREA ED ETIOPIA
Il CICR, agendo quale intermediario neutrale ed indipendente, ha
reso
possibile il rimpatrio di 1418 civili verso l'Etiopia e l'Eritrea.
Questa
operazione si è svolta venerdì primo giugno.
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CICR News n. 23 del 13 giugno 2001
EX-REPUBBLICA IUGOSLAVIA DI MACEDONIA: PIU' DI 300 CIVILI RIMPATRIATI
Circa 330 civili dei villaggi macedoni di Lipkovo e Otlja sono
stai evacuati
ieri da squadre del CICR. Si tratta della più importante
evacuazione
realizzata in una sola volta dall'istituzione da quando il conflitto
che
oppone le forze macedoni e gruppi armati di origine albanese, è
scoppiato in
marzo.
La maggior parte delle persone evacuate erano in precedenza scappate
verso
Lipkovo, provenendo dai villaggi direttamente colpiti dalle ostilità.
Tuttavia, vedendo avvicinarsi i combattimenti, molti sono stati
convinti, l'
ultimo giorno, della necessità di dover ripartire per trovare
un riparo più
sicuro. Gli evacuati - essenzialmente donne, uomini malati, persone
anziani
e bambini - sono stati trasportati verso le città più
importanti di Kumanovo
o Skopje per ritrovare anche i familiari.
All'operazione di martedì ha fatto seguito un'altra, nel
corso della quale
delle squadre del CICR si sono recate a Lipkovo, Slupcane e Otlja
per
portare soccorsi medici e articoli igienici, e evacuare 46 feriti
ed altri
civili particolarmente vulnerabili. La situazione è sempre
precaria per i
civili che restano nei dintorni di Kumanovo, a causa delle cattive
condizioni igieniche e della mancanza di viveri.
Thomas Jenatsch, che ha diretto la squadra del CICR incaricata
dell'
evacuazione, ha dichiarato che era impossibile valutare quante persone
speravano di lasciare Lipkovo ma, ha precisato, "abbiamo nettamente
l'
impressione che molti non si sentono più sicuri e che subiscono
le
conseguenze della pressione psicologica delle ultime settimane"
Parallelamente, sono stati distribuite dei soccorsi a circa 3000
persone
registrate agli uffici della Croce Rossa Macedonia à Ilinden,
Sindjelic e
Momin Potok nel coso degli ultimi giorni, dopo essere scappati da
Aracinovo
e dai dintorni.
Per maggiori informazioni: Amanda Williamson, CICR Skopje, tel.:
3852 371
951 o 38570 252 589
Vincent Lusser, CICR Ginevra, tel. : ++ 41 22 730 24 58
Durante il fine settimana del 16 - 17 giugno 2001, per ogni informazione,
vogliate prendere contatto con Vincent Lusser, addetto stampa, tel.
mobile :
41 79 217 32 24
******************************
CICR NEWS n. 25 5 luglio 2001
Il direttore delle operazioni del CICR, Jean-Daniel Tauxe, presenterà
il
Rapporto di Attività 2000 del CICR a Nairobi (Kenya), venerdì
6 luglio.
La sua conferenza stampa potrà essere seguita in diretta
sul nostro sito web
http://www.icrc.org alle ore 7:30 GMT (10:30 a Nairobi, 9:30 in
Svizzera).
Sarà ugualmente possibile consultare on-line il rapporto
NIGERIA: ASSISTENZA A MIGLIAIA DI PERSONE SFOLLATE
Violenti scontri interetnici sono scoppiati in molte regioni della
Nigeria
nel corso delle ultime settimane, costringendo oltre 72.000 persone
a
lasciare le proprie case.
COLOMBIA: Le CICR FACILITA ALCUNI RILASCI
A seguito di un accordo concluso tra il governo colombiano e le
Forze armate
rivoluzionarie colombiane (FARC), 359 militari e poliziotti e 14
membri del
FARC sono stati liberati tra il 5 e il 30 giugno. Questa operazione
complessa è stata condotta con successo grazie al sostegno
umanitario,
logistico e tecnico del CICR.
BOSNIA-ERZEGOVINA: "LIBRO DEGLI OGGETTI PERSONALI" PER
CERCARE I FAMILIARI
DISPERSI
Dalla sua uscita, sei settimane, il secondo "libro degli oggetti
personali"
pubblicato dal CICR, è stato consultato da oltre 1.600 persone
alla ricerca
dei propri dispersi. Questo libro contiene, in effetti, le foto
degli
oggetti ritrovati su delle spoglie mortali presso Srebrenica, nella
regione
est della Bosnia-Erzegovina.
ALBANIA: FAR FRONTE AL PROBLEMA DELLE MINE
Sulla frontiera a nord-est dell'Albania, la popolazione locale subisce
le
conseguenze della guerra al vicino Kossovo. Durante il conflitto,
il terreno
ai due lati del confine è stato disseminato di migliaia di
mine antiuomo e
proiettili inesplosi.
@ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @
Da: Marcello Storgato <mineaction@saveriani.bs.it>
A: Coordinamento <coordinamento@campagnamine.org>;
Oggetto: I: FRANCA FAITA awarded! Reazioni internazionali
Data: domenica 3 giugno 2001 0.43
Da varie parti del mondo stanno giungendo messaggi di felicitazioni
a Franca
Faita e alla Campagna per la Messa al Bando delle Mine. Dall'Austria,
la
signora Judith Majlath, presidente della Campagna austriaca, si
dice
emozionata per la grandiosa notizia dell'onorificenza: "E'
una boccata di
aria fresca, che rinnova l'entusiasmo nel nostro impegno per il
disarmo. Ma
francamente, tutti voi della Campagna italiana siete <Cavalieri
della
Repubblica> insieme a Franca Faita!", esclama la signora
Judith.
Dalla Gran Bretagna, Rae McGrath, uno dei più grandi esperti
nello
sminamento umanitario e uno dei fondatori della Campagna internazionale
per
la Messa al Bando delle Mine, ha inviato il seguente messaggio:
"Ho un
ottimo ricordo del meraviglioso Convegno internazionale svolto a
Brescia nel
1994. Sapendo della presenza al Convegno delle "donne della
Valsella", io mi
sentivo nervoso e irrequieto, sospettando che esse ci avrebbero
contrariato
nel nostro obiettivo di messa al bando delle mine che loro avevano
prodotto.
Ma quando mi sono reso conto che quelle donne erano così
profondamente
scosse per gli effetti prodotti dalle mine sulle popolazioni civili
e
arrabbiate per i traffici illegali nello scandalo dell'Iraq, allora
mi sono
ricreduto: quel giorno fu veramente un grande giorno per la Campagna
internazionale e, continuo a crederlo anche oggi, uno dei successi
più
significativi. L'aver cessato la produzione delle mine in Italia,
come in
tanti altri Paesi, ha risparmiato molte vite umane: di questo ne
siamo più
che certi e fieri. Congratulazioni alla signora Franca Faita e alle
altre
donne della Valsella. E congratulazioni anche a tutti voi della
Campagna
italiana, perché siete stati capaci di tenervi sempre sull'orlo
della
radicalità e siete stati una valida forza motrice nel movimento
internazionale."
(Traduzione e diffusione a cura di Marcello Storgato sx, Brescia)
Tel. di Franca Faita: 030 2731776
--------------------------------------
1. GRAN BRETAGNA
----- Original Message -----
From: Rae McGrath <raemcgrath@hotmail.com>
To: <mineaction@saveriani.bs.it>
Sent: Saturday, June 02, 2001 7:05 PM
Subject: Re: FRANCA FAITA awarded!
> Dear Marcello
> I remember that wonderful meeting in Brescia when we were all
so nervous
> about the presence of the ladies from Valsella thinking they
would be
> against us. And then the great realisation that they were so
outraged and
> angry by the information from Iraq - that was a great time
for the
> international campaign and, I have always believed, one of
our few really
> meaningful successes. Closing the Italian production has saved
lives, we
can
> be sure of that! Please pass my congratulations and regards
to Mrs Franca
> Faita and her fellow unionists. But congratulations also to
the Italian
> campaign, you have always retained your radical campaigning
'edge' and
been
> a valuable driving force within the international movement.
> Best wishes
Rae McGrath
BRIDGE INITIATIVES
> Post Conflict Response Consultants
> Carlisle Enterprise Centre
> James Street
> Carlisle CA2 5BB
> United Kingdom
> Tel/Fax: +44 (0)1228 531777
> Email: rae@landmineaction.org
> raemcgrath@hotmail.com
> BRIDGE ARE TECHNICAL ADVISORS TO LANDMINE ACTION, THE UK CAMPAIGN.
----------------------------
2. AUSTRIA
Original Message: judith.majlath@aon.at
sabato 2 giugno 2001 18.37
Carissimo Marcello,congratulazione.!!! Thrilled to get your wonderful
news
and it is like a breath of fresh air to read your enthusiastic words
,it
reminds me on the "good-old days" in the campaign....
You ALL in the Italian Campaign are "Cavalieri di Republica
"
francamente.Sono molto felice per voi!
Cari Saluti a Franca e a tutti.
Judith Majlath
Austrias "solo"campaigner
@ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @ @
3 -
Riflessioni e convinzioni sull'azione umanitaria di oggi e di domani.
di Cornelio Sommaruga*
Tratto da Revue Internationale de la Croix Rouge, nr. 838, 2000,
pp. 295-310
Traduzione di Pierpaolo Benetton
Le riflessioni che seguono non vogliono essere un bilancio della
mia
presidenza, cosa che non mi spetta di fare. Ho avuto l'onore, ma
anche il
piacere, di presiedere il Comitato Internazionale della Croce Rossa
dal
maggio 1987 fino alla fine del 1999. Affermare che il mondo è
profondamente
cambiato durante questi 12 anni è usare un eufemismo.
Sia le relazioni internazionali che la natura dei conflitti armati
si sono
evoluti. La nostra esperienza e quella delle altre organizzazioni
umanitarie
è stata sconvolta. Altri (e penso in particolare a Jean-Cristophe
Ruphin)
hanno mirabilmente analizzato questi cambiamenti e non farò
quindi una cosa
simile.
Più semplicemente vorrei comunicare a tutti coloro che si
interessano all'
azione umanitaria alcune riflessioni personali, che non hanno la
pretesa di
essere rivoluzionarie. Attraverso queste righe vorrei esprimere
la mia stima
e amicizia a tutti coloro che servono questa nobile causa, sia con
la Croce
Rossa che con altre organizzazioni umanitarie. Il mio pensiero al
momento di
lasciare il CICR va a chi ha perduto la vita al servizio del nostro
ideale e
a tutti coloro che hanno offerto una parte della loro esistenza
per
alleviare la sofferenza degli uomini e delle donne colpiti dalla
guerra o da
altre situazioni di violenza, li ho affiancati durante questi 12
anni , li
ho profondamente ammirati e a loro rivolgo il mio cuore. Vorrei
dire a tutti
semplicemente grazie!
Alcune questioni semantiche
Io credo che dobbiamo essere molto attenti al senso delle parole
che usiamo.
Diciamo ancora troppo spesso che certe guerre sono assurde, perché
sono
cruente, odiose, perché il loro significato ci sfugge, e
perché vogliamo
trovare ad ogni costo soluzioni diverse rispetto a quelle del ricorso
alle
armi. Ma sono arrivato alla conclusione che tutte le guerre non
sono
assurde: alcune sono per noi meno comprensibili, può succedere
che coloro
che portano le armi adottino comportamenti irrazionali o che noi
non
comprendiamo le ragioni profonde di un conflitto. Ma le guerre servono
degli
interessi e non è esatto affermare che alla fine di un conflitto
abbiamo
solo degli sconfitti.
I conflitti armati rispondono a delle logiche diverse, ma il nostro
errore è
di guardare alle vittime, senza vedere chi e cosa ci guadagna dal
conflitto.
Senza di ciò noi continuiamo a condannare e a parlare di
situazioni
caotiche, di conflitti distruttivi senza comprendere pienamente
verso che
cosa ci dirigiamo. C'è probabilmente, oggi, una grande difficoltà
alla quale
l'azione umanitaria si trova davanti; non esiste una chiave di lettura
universalmente valida, ciascun conflitto è un caso a sé
stante, ha origini e
motivazioni particolari, degli obiettivi suoi propri. Se noi non
analizziamo
in dettaglio perché certi conflitti si prolungano, perché
altri conoscono
delle recrudescenze, la nostra azione rischia di essere molto difficile
e di
avere delle ricadute negative per le stesse vittime. La sfida odierna
è
conoscere e comprendere la posta in gioco.
Allo stesso modo, noi dobbiamo smettere di parlare di vittime innocenti.
Il
più delle volte noi non sappiamo chi è innocente o
chi non lo è affatto, e
io non so con quale criterio si possa separare il grano buono da
quello
cattivo. I bambini sono sicuramente sempre innocenti, ma tutti gli
altri? Le
categorie di persone alle quali il CICR porta protezione e assistenza
sono
definite dal diritto, secondo dei criteri obiettivi (i feriti, i
prigionieri, i civili). Introdurre un giudizio di valore con un
criterio di
natura soggettiva come l'innocenza di una persona, ci porterà
in una
empasse. Dobbiamo accettare i limiti ma anche la nobiltà
della nostra azione
umanitaria. Arrivare a tendere una mano agli individui sulla base
di atti e
parole è agli antipodi dei valori che noi cerchiamo di fare
rispettare. Noi
non siamo dei giudici, per questo ci sono i tribunali, a ciascuno
il suo
mestiere.
Infine, prima di dire che dalla fine della guerra fredda abbiamo
assistito a
una moltiplicazione dei conflitti nel mondo e a un ritorno della
barbarie
dobbiamo analizzare due cose.
E' difficile affermare che attualmente vi è una recrudescenza
dei conflitti
armati, ed è ancora più difficile quantificare il
numero delle vittime che
questi conflitti provocano. Comprendo come, chi si aspettava, con
la caduta
del muro di Berlino, la pace e la soluzione pacifica dei conflitti
sotto l'
egida delle Nazioni Unite, sia stato amaramente deluso. Quanto a
chi pensa
che la barbarie abbia fatto il suo ritorno nel corso del decennio
che si
chiude ha senza dubbio una memoria storica molto corta. Se è
pur vero che
siamo regolarmente testimoni di atti di una crudeltà indicibile,
che questi
hanno accompagnato l'umanità lungo tutto l'arco della sua
storia, che
probabilmente la nostra epoca è da questo punto di vista,
peggiore di quelle
che l'hanno preceduta; è pur vero, al contrario, che il limite
generale di
tolleranza si è notevolmente abbassato. Un numero crescente
di nostri
contemporanei sa che in più di un quarto del mondo la compassione
non è più
riservata a chi ci è prossimo, e sa anche che sul piano culturale
o
geografico questa è solamente una bella storiella.
Quanto alla barbarie, se noi osserviamo certe manifestazioni nei
conflitti
nei quali noi agiamo, sono tentato di dire in una battuta che in
essi è meno
immediatamente percettibile. Per esempio nel fatto di accettare
con una
certa rassegnazione che un buon quarto dell'umanità sia condannato
a vivere
in una paurosa povertà con meno di un dollaro al giorno per
persona.
La criminalizzazione della guerra
Una parola sulla natura dei conflitti. È vero che molti
dei conflitti
attuali non assomigliano più alle guerre cui eravamo abituati
negli ultimi
10 anni. Questa osservazione è dettagliatamente documentata.
Il confronto
tra i due blocchi ha avuto l'effetto, durante la guerra fredda,
di
strutturare tutti i conflitti, ma anche di contenerli. I combattimenti,
da
una parte o dall'altra erano sostenuti, alimentati militarmente,
ideologicamente e finanziariamente da una potenza esterna, essi
non avevano
bisogno di sfruttare la popolazione civile, ma potevano contare
su altri
aiuti e appoggi. Nei conflitti attuali, invece, i belligeranti devono
trovare localmente i mezzi per proseguire i combattimenti, e si
trasformano
perciò in predatori delle popolazioni civili. L'altra via
che gli si offre è
di impegnarsi nelle operazioni criminali su scala internazionale,
per
esempio nel traffico di droga.
In certe regioni del mondo con un capitale irrisorio un qualunque
avventuriero può costituirsi il suo esercito privato e divenire
un signore
della guerra. Questi eserciti hanno una disciplina molto relativa,
non sono
generalmente uniti da alcuna ideologia particolare e fanno della
violenza il
loro lavoro. Per questi eserciti, spesso composti da persone molto
giovani,
la guerra è fine a se stessa. Questo è il problema
che noi incontriamo
sempre più frequentemente: la difficoltà di separare
la violenza criminale
dalla violenza militare. Questa difficoltà va rapportata
ad un altro
fenomeno con il quale il CICR si confronta sempre più spesso:
quello di
distinguere tra i civili e i combattenti.
La criminalizzazione della guerra è un problema considerevole,
per i civili,
innanzitutto, che sono i primi a farne le spese. Per le organizzazioni
umanitarie, poi, che sono viste come degli obiettivi legittimi,
perché i
loro veicoli sono in grado di affrontare tutti i tipi di terreno,
forniscono
una forte attrattiva, e perché tali organizzazioni possiedono
generalmente
dei mezzi di comunicazione sofisticati. Gli attacchi e le depredazioni
sono
dei comportamenti che si moltiplicano. È molto difficile
premunirsi contro
questi pericoli e nessuno dei mezzi finora esplorati si è
rivelato
soddisfacente. Penso in particolare all'uso di scorte locali, reclutate
spesso tra i combattenti.
Più grave ancora, la criminalizzazione della guerra può
renderla cronica.
Contrariamente a quanto si pensa in genere, la guerra non è
necessariamente
una interruzione aspra di un processo lineare di sviluppo dell'economia.
Essa è spesso la sostituzione di un'economia con un'altra
nello stesso modo
che essa crea delle nuove fonti di potere. Allorché un'economia
di guerra
entra in campo significa che lo Stato ha perso il suo potere essenziale,
gli
elementi che sono interessati ad avere un conflitto, possono essere
molto
forti e influenzare coloro che sono interessati a mettervi fine.
Noi non possiamo ignorare, in questo contesto l'impatto che può
avere un'
azione umanitaria impulsiva, in particolare nel campo dell'assistenza
alimentare. E allo stesso modo un'azione eccessivamente ritardata
per meglio
analizzare tutti i fattori in campo, può in alcuni casi,
alimentare i
conflitti e renderli perenni. Ecco quindi l'importanza di analizzare
ogni
contesto con lucidità e osservare l'impatto dell'azione umanitaria
con
realtà e senza complessi. I donatori tendono a essere impressionati
dalle
quantità distribuite. Tuttavia l'obiettivo finale delle organizzazioni
umanitarie sarà quello di trasferire meno viveri possibile
verso i paesi in
conflitto.
Il senso dell'azione umanitaria
È bene ricordare che l'azione umanitaria è limitata
e assoggettata a degli
obiettivi cui deve fare capo, ma anche dalla sua stessa natura.
L'azione
umanitaria è una forma moderna di carità: essa tende
a alleviare le
sofferenze di certe categorie di persone e a prevenire comportamenti
contrari al diritto e a certi principi d'umanità, quindi
a prevenire le
sofferenze future. Per il CICR, dunque, quando si parla di prevenzione,
si
pensa alla prevenzione della sofferenza umana causata dalle violazioni
del
diritto internazionale umanitario, noi non abbiamo la vocazione
per
prevenire i conflitti armati. E se comunque volessimo non ne avremmo
i
mezzi, non dobbiamo farci illusioni. Affermare che l'azione umanitaria
contribuisce a promuovere la pace è ciò che mi sono
proposto di fare come
professione di fede; ma nella realtà abbiamo soltanto esempi
di azioni
umanitarie che hanno contribuito a prolungare un conflitto, che
non la
situazione inversa, e più le violazioni del diritto umanitario
sono gravi,
più le condizioni per un ritorno alla pace sono difficili
da riunire, questo
lo abbiamo constatato molte volte.
E' importante avere una visione chiara di cos'è l'azione
umanitaria. Ciò
perché l'utilizzo di termini quali "catastrofe umanitaria",
"ingerenza
umanitaria" o "guerra umanitaria" sono molto ambigui.
Da parte mia credo che
l'azione umanitaria si definisca bene per i suoi fini che non per
i suoi
mezzi. Per prima cosa dico alleviare le sofferenze delle vittime
e prevenire
sofferenze future. In secondo luogo, ciò che compete al CICR
è agire con il
consenso di tutte le parti in conflitto, questo credo non comporta
alcun
giudizio di valore. Riposa su una necessità pratica: proteggere
le vittime
dei conflitti armati, presuppone che noi otteniamo la fiducia di
tutti, così
che possiamo accedere ai prigionieri, per fare conoscere le regole
di
rispetto, per intervenire come intermediari neutrali, o per creare
degli
"spazi umanitari". Quanto alle catastrofi umanitarie non
esistono, vi sono
sì delle guerre che fanno un gran numero di vittime, vi sono
anche delle
politiche che comportano spostamenti di intere popolazioni, come
vi sono
delle crisi sociali ed economiche che possono portare a conflitti
armati; vi
possono forse, anche essere, delle catastrofi politiche. Chiamando
le cose
con il loro nome, noi saremo più chiari.
Forse esistono delle guerre giuste. Non sta agli attori umanitari
decidere,
e ancora una volta essi non hanno vocazione a ristabilire la giustizia.
Ci
possiamo legittimamente rallegrare del fatto che la comunità
internazionale
non resta insensibile delle esecuzioni di massa cui sono vittime
differenti
comunità umane nel nostro pianeta. Noi assistiamo sicuramente
a una
mondializzazione della compassione.
Ci possiamo anche allietare dal fatto che, al di là della
compassione, siano
messe in opera delle azioni politiche, che possono arrivare anche
al ricorso
alla forza, dal momento che l'azione umanitaria agirà sui
sintomi di una
crisi, e non sulla crisi stessa o sulle sue cause. Quest'ultima
è l'
ingerenza: un progetto politico che pone il rispetto degli individui
prima
del rispetto della sovranità nazionale, e autorizza il ricorso
alla forza
contro una parte o un governo che viola i diritti dell'uomo, se
non il
diritto internazionale umanitario. Questo progetto è nobile
e pericoloso, e
soprattutto, ripetiamolo, è di natura politica. Esso si distacca
dall'azione
umanitaria in tutti i suoi punti: per la sua ambizione, per gli
obiettivi
perseguiti, per i mezzi utilizzati. La confusione di genere è
pregiudizievole per l'azione umanitaria così come noi la
concepiamo.
Lasciamo a ciascun modo di intervento la sua specificità
L'interesse delle vittime
La competizione umanitaria, come tutte le competizioni, è
stimolante, ma può
anche avere degli effetti perversi, e di questo dobbiamo prendere
coscienza.
La corsa verso Goma (Repubblica democratica del Congo) a seguito
dell'
afflusso dei rifugiati ruandesi nel 1994 è un esempio estremo
di questo
fenomeno.
Le istituzioni umanitarie dipendono dai loro donatori, e questi
donatori
saranno più inclini a essere generosi se l'istituzione in
questione sarà
visibile sul campo. Nessuna organizzazione umanitaria sfugge oggi
a questo
bisogno di visibilità. Se i media non parlano di voi, non
esistete. È dunque
certamente più efficace, in materia di ricerche di fondi,
essere là dove
sono i media piuttosto che essere là dove sono le vittime.
Possiamo essere
tentati di dare più importanza alla necessità di mostrare
la nostra
bandiera, che non a quella di agire con efficacia, e assicurare
un'azione
costante nel tempo. I giornalisti, generalmente, tornano a casa
loro prima
delle vittime. Il pericolo da cui dobbiamo stare in guardia consiste
nel
confondere gli interessi istituzionali con gli interessi delle vittime.
Un altro aspetto di questo problema è legato alla professionalizzazione
dell
'azione umanitaria. Da lungo tempo ormai la buona volontà
e i buoni
sentimenti non sono più sufficienti a un'azione efficace.
In termini di
gestione e di management tutte le organizzazioni umanitarie hanno
conosciuto
uno sviluppo considerevole nell'ultimo decennio; le attrezzature
informatiche sono presenti ovunque, la gestione è stata affinata,
le
competenze professionali sono state valorizzate. Si tratta ora di
non cadere
nell'eccesso inverso, dato dal formare dei tecnocrati dell'azione
umanitaria. Le qualità che deve avere un buon delegato sono
sempre le
stesse: l'empatia, la capacità di lavorare in contesti instabili,
l'apertura
di spirito, la fermezza delle opinioni, la capacità di analisi,
la sicurezza
di giudizio, il senso critico, il coraggio e la generosità.
Stiamo attenti a
non soffocare questi valori con il pretesto di tecnicizzare l'azione
umanitaria.
Etica e relazioni internazionali
Si sta compiendo una rivoluzione del diritto internazionale umanitario,
che
tende a moralizzare le relazioni internazionali. Rivoluzione senza
precedenti nella storia anche se è ancora agli inizi e nel
momento in cui
noi commemoriamo il 50° anniversario delle moderne Convenzioni
di Ginevra,
il Tribunale penale internazionale di Arusha giudica i responsabili
dei
genocidi ruandesi, mentre il Tribunale dell'Aja persegue coloro
che hanno
commesso crimini nella ex-Yugoslavia.
A Roma nell'estate del 1998 è stato aperto alla firma lo
statuto della
futura Corte penale internazionale, a vocazione universale. Un anziano
dittatore sudamericano è stato perseguito dalla giustizia
europea e un Capo
di Stato in carica è accusato di crimini contro l'umanità.
È molto probabile che i giudizi pronunciati da queste corti
non riescano a
dissuadere nell'immediato gli appetiti criminali della guerra. Ma
una forma
di giustizia internazionale alla fine si sta muovendo, una giustizia
che non
sarà più semplicemente quella dei vincitori. L'impunità
non sarà più la
regola, anche se ancora molti passeranno attraverso le maglie della
rete.
Al di là dello sviluppo della giustizia internazionale, sono
le relazioni
tra gli Stati che sono in via di modificazione.
Non ci sono dubbi che gli Stati, nelle relazioni che intrattengono
tra loro
sono prima di tutto mossi dai loro interessi, ma è anche
vero che i valori
etici sono sempre più presenti nelle relazioni internazionali.
Ci sono molte
ragioni per questo fenomeno: la mondializzazione delle economie
determina
una sorta di accrescimento del sentimento di responsabilità
per tutto ciò
che succede nel mondo; l'abbondanza di informazioni e la sua immediatezza
rinforzano questo sentimento e impediscono l'indifferenza; l'emergere
della
società civile, portatrice di valori che gli Stati democratici
non possono
ignorare, obbliga questi ultimi e gli ambienti economici a prendere
in
considerazione molte rivendicazioni di carattere etico, come il
lavoro dei
bambini, la condizione femminile, il rispetto dei diritti dell'uomo
e dell'
ambiente, etc.
Che gli Stati siano "sinceri" nelle loro prese in considerazione
di queste
rivendicazioni importa poco: essi non possono, infatti, ignorare
e devono
tenere conto di questi aspetti. Che sia sul piano diplomatico o
commerciale,
il problema del rispetto dei diritti dell'uomo è al giorno
d'oggi
onnipresente.
C'è il rischio che gli Stati strumentalizzino questi valori,
per nasconderne
altri interessi: ormai ogni guerra deve essere "giusta",
qualsiasi
intervento all'esterno dovrà avere un carattere "umanitario",
tutte le
sanzioni nei confronti di uno Stato saranno fondate sul fatto che
esso non
rispetta i diritti dell'uomo. Questa forma di recupero è
in parte
inevitabile, ma non rimette in causa le lotte per la "moralizzazione"
delle
relazioni internazionali.
I principi classici delle relazioni internazionali (sovranità
degli Stati,
intangibilità delle frontiere, non ingerenza negli affari
interni) sono
attualmente imbrigliati da valori che appaiono agli occhi della
società
civile come più importanti di questi principi. Sempre meno
un Governo potrà
violare massivamente i diritti dell'uomo o i diritti delle minoranze
sul
proprio territorio, e opporre alla comunità internazionale
il sacrosanto
rispetto della sua sovranità.
Il dovere della memoria gioca qui un ruolo considerevole: l'Olocausto
o il
genocidio ruandese non solo ci portano a guardare criticamente gli
errori
del passato, ci impediscono anche la nostra inazione in circostanze
simili
che dovessero avvenire in futuro. Questo non significa che non avremo
mai
più genocidi, crimini di guerra o crimini contro l'umanità,
bensì che l'
indifferenza non sarà più un'opzione.
L'azione umanitaria ha contribuito molto a questo sviluppo. Superando
la
carità tradizionale che si indirizzava prima di tutto ai
membri di un gruppo
determinato o a coloro che potevano potenzialmente essere portati
a
convertirsi alla religione di un gruppo particolare, ha proclamato
l'unicità
dell'uomo affermando che ogni uomo che soffre ha diritto ad essere
soccorso.
L'umanitario si è presto affrancato dal quadro nazionale
e ha proclamato l'
universalità di certi valori. Questo è stato fatto
non contro gli Stati, ma
con gli Stati. L'idea innovatrice di Henry Dunant non è stata
di portare
soccorso ai feriti della battaglia di Solferino, cosa che avevano
fatto
altri
prima di lui, ma di responsabilizzare gli Stati, portandoli a ratificare
dei
trattati internazionali, in cui si sono impegnati non solo a rispettare
il
diritto umanitario, ma anche a farlo rispettare.
Ora, se l'azione umanitaria traduce l'esigenza di una solidarietà
con l'
umanità intera e il progetto di una presa in carico della
sofferenza e della
dignità dell'altro, essa ha sin dall'inizio portato gli Stati
a rinunciare a
una parte della loro sovranità, per autorizzare questo "spazio
umanitario".
È questo, per esempio, che ha permesso nel 1999 al CICR di
visitare 200.000
tra prigionieri di guerra e detenuti politici nel mondo con i necessari
accordi degli Stati detentori.
Vorrei condividere con voi una convinzione: io credo che niente
di ciò che
si produce su questo pianeta ci sarà totalmente estraneo,
e soprattutto, che
ciò che noi chiamiamo sofferenza, ci sprona intimamente ad
essere umani. Ora
io credo all'unicità dell'uomo, e credo che gli sforzi per
il rispetto dei
diritti dell'uomo e in particolare del diritto internazionale umanitario
sono universali, e che il relativismo culturale non può trovare
posto qui.
Non c'è in questo nè arroganza, nè etnocentrismo,
ma una semplice
constatazione. Benchè dei fattori culturali si leghino all'espressione
del
dolore, la sofferenza è universale, ed è ovunque generata
dagli stessi mali:
l'omicidio, la tortura, le mutilazioni, i trattamenti inumani e
degradanti,
tutte atrocità che gli uomini si infliggono con diverse motivazioni
pretestuose, anche se sono proibite in tempo di guerra, quando la
violenza
collettiva si scatena.
Ho incontrato, anche recentemente, molto persone che si abbandonano
a tali
comportamenti, e perfino in buona fede, e questo mi permette di
verificare
quanto lungo sia il cammino che occorre ancora percorrere per passare
da
ideali universali e condivisi a dei comportamenti che siano in armonia
con i
valori affermati.
L'affermazione assai recente dell'unicità dell'uomo e dell'unicità
del
pianeta, così come i mezzi di informazione di cui oggi disponiamo,
mi
portano a pensare che nel prossimo secolo, l'etica potrà
conquistare un
posto centrale nelle relazioni internazionali, perché essa
è promotrice di
valori che sono altresì portatori di stabilità.
C'è da scommettere che il rispetto dei diritti dell'uomo,
il rispetto del
diritto umanitario, e il rispetto dell'ambiente avranno un posto
determinate
nel modo in cui sarà plasmato il nuovo ordine internazionale.
Pubblicizzazione dell'umanitario
Il CICR, a causa del suo modo di agire (discrezione, diplomazia
umanitaria)
e nella sua cultura istituzionale, si è mostrato a lungo
reticente a una
reale apertura verso l'esterno. Non credo nelle virtù della
trasparenza ad
ogni costo, e continuo a pensare che la diplomazia umanitaria e
il dialogo
con tutte le parti di un conflitto rimangono essenziali per la nostra
attività.
Ma allo stesso tempo, sono dell'avviso che dobbiamo lanciare delle
nuove
passerelle verso gli ambienti interessati da vicino o da lontano
all'azione
umanitaria. Mi riferisco in particolare ai centri dell'economia
e della
finanza. Nel contesto di ciò che è chiamata la mondializzazione
dell'
economia questi centri giocano un ruolo predominante, spesso più
importante
degli Stati stessi. In certi casi, hanno contribuito allo sviluppo
di un
fenomeno che alcuni hanno chiamato "la privatizzazione della
guerra". Per le
loro azioni o le loro omissioni, essi possono avere una influenza
non
trascurabile nei contesti in cui gli attori umanitari sono chiamati
ad
agire. Non approfondire il dialogo con gli ambienti economici (Banca
mondiale, Fondo monetario, compagnie transnazionali, attori economici
locali) sarebbe non solo un rammarico, bensì un grave errore.
I militari saranno d'ora in avanti, per le organizzazioni umanitarie,
che ci
piaccia o no, degli altri "compagni di strada". All'inizio
delle ostilità
noi dovremo prima di tutto richiamare i loro obblighi riguardo al
diritto
internazionale umanitario, che significa anche dialogare con loro
sulle
modalità con cui conducono le ostilità. Indipendentemente
dai loro scopi nel
conflitto, occorrerà richiamare la loro attenzione sul fatto
che le
popolazioni civili devono imperativamente essere protette, e che
ciò potrà
rappresentare un costo anche per loro stessi. Se i militari verranno
ad
avere un mandato ambiguo (del tipo mantenimento della pace al centro
di
ostilità attive, con una dimensione umanitaria) si dovrà
imperativamente
dialogare con loro per preservare la nostra autonomia, il nostro
modo di
operare e definire, infine, la complementarietà dell'approccio.
Si tratta in
primo luogo, in questo campo, di un problema di coordinamento.
Allo stesso modo, dobbiamo creare dei legami con i centri universitari.
Questi legami esistono da più tempo sicuramente con le facoltà
di diritto e
gli specialisti in diritto internazionale, o ancora, in una certa
misura
,con le facoltà di medicina. Ma la realtà dell'azione
sul terreno ci porta a
riflettere più approfonditamente sul problema delle violazioni
del diritto
umanitario e delle sue cause.
Dallo studio che il CICR ha svolto presso le persone coinvolte nei
conflitti
armati emerge chiaramente che non sono i principi umanitari ad essere
rimessi in causa dai belligeranti, bensì che intervengono
altri fattori che
li portano a non conformarsi a tali principi. Gli enormi sforzi
che noi
facciamo nella diffusione di questi principi sono evidentemente
insufficienti. Poichè noi cerchiamo di modificare i comportamenti,
si tratta
di meglio comprendere quali sono le dimensioni intellettuali, affettive,
culturali e psicologiche che possono presiedere a questi cambiamenti.
Sono
convinto che contatti più stretti con i sociologi, gli psicologi,
gli
educatori, gli antropologi, potranno aiutarci a essere più
efficaci in
questo settore. Lo stesso dicasi per quanto riguarda la conoscenza
della
guerra e della violenza come fatti sociali. Esistono ovunque nel
mondo
istituti di polemologia con i quali instaurare un dialogo serrato
che
potrebbe contribuire a nutrire la riflessione degli attori umanitari,
sulle
loro procedure e sull'ambiente nel quale operano.
Infine, occorrono degli sforzi supplementari per partecipare alla
promozione
di una cultura della non violenza presso la gioventù, sul
modello di quanto
abbiamo intrapreso in Russia con il Ministero dell'Educazione. Non
è
sufficiente valorizzare la tolleranza, la solidarietà o la
non violenza a
parole. Bisogna lavorare per tradurre questi principi in una nuova
pratica
delle relazioni umane, che presuppone anche un incontro di natura
ideologica. I biologi ci rendono attenti sul fatto che l'evoluzione
della
vita deve portare sia all'aiuto reciproco che alla competizione.
Dobbiamo
riflettere sul fatto che anche l'evoluzione delle società
umane non sfugge a
questa regola.
A guisa di conclusione
Per concludere, io vorrei attirare l'attenzione del lettore di
queste righe
su cinque questioni che mi sembrano essenziali. Dalla risposta che
noi
daremo a ciascuna di queste questioni dipenderà in gran parte
il volto del
mondo di domani.
L'estrema povertà di una parte dell'umanità è
non solo una tragedia, ma è
anche uno scandalo. Lo sappiamo tutti. Le ineguaglianze tra ricchi
è poveri
sono considerevoli e non cessano di crescere. Nel 1960 lo scarto
tra il 20%
della popolazione mondiale più ricca e il 20% più
povero era di 1 a 30. Nel
1995 era di 1 a 82. Il 20% della popolazione più ricca dispone
dell'86%
delle risorse del pianeta, mentre il 20% più povero ne detiene
l'1% (cfr.
Laurence Caramel e Michel Beaud, in Le Monde de l'Economie, 14 settembre
1999).
Il numero di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà
assoluta - che è di un dollaro al giorno - ammonta a 1,5
miliardi ed è in
costante crescita. Non è più possibile parlare di
progressi della
civilizzazione e continuare ad accettare questo stato di cose. La
povertà
non è solamente la fame, ci sono anche le malattie, l'ignoranza,
l'assenza
di orizzonti, l'esclusione. Questo problema della povertà
estrema è, credo,
uno dei grandi problemi etici del nostro tempo, e sono d'accordo
nel
sostenere senza riserve l'appello lanciato da numerosi ministri
europei
qualche tempo fa per la creazione di una nuova partnership tra i
governi, la
società civile, il mondo accademico e i settori privati al
fine di vincere
questo flagello.
Viene poi la salvaguardia dell'ambiente. Siamo ormai 6 miliardi
sulla terra,
che abbiamo compreso solo recentemente essere una e con risorse
non
illimitate. Il problema si fa omai urgente. L'accesso all'acqua
è un
problema crescente per una porzione significativa dell'umanità.
Il degrado
dei suoli ha ridotto la fertilità e il potenziale agricolo.
La distruzione
della foresta tropicale prosegue con un ritmo allarmante, l'emissione
di gas
a effetto serra, avranno senza dubbio conseguenze serie sul clima,
e quindi
sugli uomini. presto o tardi dovremo riflettere su dei modelli di
crescita
economica che risparmino l'ambiente, vale a dire su uno sviluppo
durevole.
Quanto prima sarà, tanto più facilmente inizieremo
questa curva prima che la
crisi diventi irreversibile. Siamo coscienti che, in questo settore,
le cure
omeopatiche saranno insufficienti. In un'epoca in cui ognuno dei
nostri atti
può avere serie conseguenze su scala planetaria, ma anche
per le generazioni
future, noi dovremo essere ben orientati dal lasciarci guidare dal
principio
di precauzione.
I diritti dell'uomo e il diritto umanitario sono ancora correntemente
violati, ma sono stati registrati dei progressi incontestabili.
Spero e
voglio credere che il prossimo secolo sarà quello di un maggior
rispetto
della persona umana sia in tempo di pace che in tempo di guerra.
Spero e
voglio credere che non accetteremo più di essere i testimoni
indifferenti di
genocidi, di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Una giurisdizione
universale si metterà in moto per giudicare coloro che si
saranno resi
colpevole di tali crimini, e non possiamo che rallegrarcene. Ma
cerchiamo di
essere ancora più ambiziosi, e sforziamoci di agire in modo
preventivo. E io
non posso che dare il mio vigoroso sostegno a Kofi Annan, la cui
azione in
questo settore merita di essere riconosciuta. Voglio ben sperare:
mai la
sofferenza dell'altro, seppur così lontano da noi, non è
mai stata così
intollerabile come in questa fine di secolo.
Noi dobbiamo lavorare con molta energia per modificare la condizione
delle
donne. Anche in questo settore si sono registrati dei progressi
incoraggianti, ma resta ancora molto da fare. Nulla di fondamentale
cambierà
senza che le donne, ovunque, abbiano un migliore accesso all'educazione
e
gaudagnino così in autonomia. Non esistono semplici ricette
per cambiare la
mentalità, ma ho la convinzione profonda che i problemi evocati
sopra non
troveranno soluzione se le donne, ovunque, non saranno costruttrici
del loro
destino. Non vediate alcuna demagogia in questo. Non sono certo
che le donne
siano, per natura, meno bellicose dell'uomo, o più spontaneamente
disposte
al rispetto dell'ambiente, ma credo che tutti i progressi futuri
dell'
umanità passeranno per una maggiore emancipazione delle donne.
Un'ultima riflessione sulle catastrofi naturali. Esse sono in aumento
ed
hanno conseguenze sempre più drammatiche. Possiamo domandarci
perché. Sono
tentato di dire che non ci sono catastrofi naturali, poichè
molte catastrofi
che sono messe in conto dalla natura, sono dovute in realtà
a dei
comportamenti umani. I danni causati all'ambiente, inevitabilmente,
causeranno disastri che noi qualifichiamo per facilità come
naturali.
Certamente vi sono i terremoti, i maremoti o le eruzioni vulcaniche.
Ma noi
sappiamo bene che esistono dei mezzi per prepararci contro questi
eventi,
almeno in parte. Ancora una volta la povertà, l'ignoranza
o la totale
assenza di volontà politica contribuiscono a fare di questi
eventi naturali
delle catastrofi per l'uomo. Un mondo senza rischi non esisterà
mai. Ma
delle misure di prevenzione e di controllo esistono.
Non esiste la fatalità!
Non si tratta più di chiedere un mondo migliore, si deve
agire.
Voi vi domanderete perché un anziano presidente del CICR,
il cui mandato è
di portare protezione e assistenza alle vittime dei conflitti armati,
ha
creduto necessario affrontare questi temi. Ve lo dirò in
una riflessione
conclusiva.
Innanzitutto perchè credo che se il CICR dispone di una certa
autorità
morale, se ne deve servire per ricordare l'esistenza di certe minacce
che
pesano sull'umanità. Inoltre, perché io sono intimamente
persuaso che la
maggior parte dei conflitti del prossimo secolo saranno, da vicino
o da
lontano, provocati dalla non risoluzione di questi problemi.
In questo mondo globale io mi appello alla globalizzazione della
responsabilità. Uniamo i nostri sforzi: rappresentanti degli
Stati e del
potere politico, élites della società civile, attori
dell'azione umanitaria.
Non scordiamoci che l'economia e la finanza non si interessano a
noi per un
programma minimo, dobbiamo ricordarci di continuare a pensare in
grande.
Il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna
Rossa potrà
rappresentare su scala planetaria una forza considerevole. Il ho
fede nei
suoi principi e nella sua struttura, e spero che sarà capace
di maggiore
coesione per risolvere i problemi e le sfide che ho esposto, vegliando
contemporaneamente ad evitare i rischi della politicizzazione.
Infine, lasciatemi ricordare quello che diceva Terenzio: "Homo
sum: humani
nihil a alienum puto". Frase, che nella mia lingua materna,
tradurrei in:
"Sono uomo: non considero nulla di ciò che è
umano come cosa che possa non
toccarmi!" (in italiano nel testo).
* Cornelio Sommaruga è stato presidente del Comitato internazionale
della
Croce Rossa dal 1987 al 1999. - Il testo riprodotto è stato
redatto nel
dicembre 1999.
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