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24 SETTEMBRE 1999
nr. 39
Notiziario a cura del Museo Internazionale Croce Rossa
Castiglione delle Stiviere (MN)
Contenuto:
1- CICR
news nr.38 del 16.9.99 Traduzione di Roberto Arnò
2- Editoriale Revue Internationale de la Croix Rouge - Giugno 1999
nr.834 - Traduzione di Luigi Micco
3- Indice della Revue Internationale de la Croix Rouge - Giugno
1999
nr.834 - Traduzione di Luigi Micco
4- Articolo (prima parte) " Si può festeggiare il
50° anniversario delle
Convenzioni di Ginevra?" di Gilbert Holleufer Traduzione di
Alessandra
Sorrenti
5- Stati parte delle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e
dei due
Protocolli 1977 - Ratifiche, adesioni e successioni al 31 maggio
1999 -
Traduzione di Sabrina Bandera ( In attach)
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ICRC NEWS 38
16 settembre 1999
SOMMARIO
TIMOR EST: IL CICR TORNA A DILI:
Il 14 settembre, due delegati del CICR sono tornati a Dili per valutare
la
situazione in termini umanitari ed incontrare le autorità
militari per
discutere le garanzie di sicurezza che consentiranno all'organizzazione
di
riprendere la propria attività a Timor est.
CRISI NEI BALCANI: KOSOVO: DISTRIBUZIONE DI MATERIALE TRASFUSIONALE:
Grazie ad un progetto da circa 444.000 marchi tedeschi che è
parte del
programma sanitario del Movimento internazionale della Croce-Rossa
e della
Mezzaluna-Rossa in Kosovo, il CICR ha cominciato a fornire sacche
di
sangue, siero per la determinazione dei gruppi sanguigni e diversi
test per
malattie che si trasmettono col sangue.
CRISI NEI BALCANI: SERBIA: IL CICR AIUTA A RIPARARE GLI EDIFICI
DANNEGGIATI:
Avvicinandosi il rigido inverno balcanico, il CICR sta lavorando
alacremente per far sì che le strutture sanitarie e gli edifici
pubblici
abbiano i vetri necessari a riparare le finestre andate in frantumi
nel
corso dei bombardamenti aerei della NATO.
INDIA: CORSO DI SPECIALIZZAZIONE UNIVERSITARIO SUI DIRITTI DELL'UOMO,
IL
DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO ED IL DIRITTO DEI RIFUGIATI:
La Società indiana di diritto internazionale (ISIL), istituzione
nazionale
di ricerca per la promozione del diritto internazionale pubblico,
offre un
corso di specializzazione universitario di un anno finalizzato
all'ottenimento di un diploma sui diritti dell'uomo, il diritto
internazionale umanitario ed il diritto dei rifugiati.
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Rivista Internazionale della Croce Rossa
Giugno 1999 - volume 81 - n. 834
Editoriale
Cento anni fa, il 29 luglio 1899, la (prima) Conferenza internazionale
di
Pace riunita a L'Aia, si concluse con una cerimonia solenne. Convocati
su
iniziativa dello Zar di Russia, Nicola II, i plenipotenziari dei
principali
Stati europei, della Cina, degli Stati Uniti, del Giappone, del
Messico,
della Persia e del Siam, erano chiamati, secondo i termini di un
memorandum
russo, a "ricercare i mezzi più efficaci per assicurare
a tutti i popoli i
benefici di una pace reale e duratura e di mettere innanzi tutto
un limite
al progressivo sviluppo degli armamenti attuali". La Conferenza
conobbe un
cocente insuccesso. La sfiducia tra alcune delle principali potenze
era a
tal punto, che non fu possibile adottare una qualunque misura. Solo
la
costituzione della Corte Permanente di Arbitraggio salvò
la faccia di
quelli che volevano assicurare, attraverso un'istituzione permanente,
la
regolamentazione pacifica delle controversie tra Stati.
In compenso, la Conferenza del 1899 ha avuto successo strepitoso
in un
campo, considerato inizialmente come secondario dai suoi promotori:
l'applicazione del diritto internazionale umanitario alla guerra
moderna.
In effetti, i testi adottati a L'Aia, tra cui la Convenzione relativa
alle
leggi e usi di guerra di terra e i suoi Regolamenti allegati, hanno
codificato e sviluppato il diritto in vigore. Ma la Conferenza de
L'Aia ha
ugualmente segnato il debutto di un processo teso a sviluppare il
diritto
della guerra - chiamato oggi diritto internazionale umanitario -
proseguito
poi per tutto il XX secolo. Molti contributi pubblicati in questo
numero
della Rivista testimoniano l'estendersi del campo coperto dalle
decisioni
prese nel 1899 a L'Aia.
Le circostanze sono state diverse cinquant'anni fa, quando un'altra
Conferenza diplomatica, riunita questa volta a Ginevra su invito
del
governo elvetico, ha adottato le quattro Convenzioni del 12 agosto
1949 per
la protezione delle vittime della guerra. Come aveva ricordato Jean
Pictet,
in un articolo di cui la Rivista riprende qualche estratto in questo
numero, gli Stati uscivano da una guerra terribile ove la protezione
delle
vittime delle ostilità da parte del diritto internazionale
si era
dolorosamente dimostrata insufficiente. Bisognava dunque porvi rimedio
negoziando, opportunamente, una convenzione relativa alla popolazione
civile. Allo stesso tempo, bisognava aggiornarlo. Oggi, le Convenzioni
del
1949 costituiscono la legge fondamentale per la protezione delle
vittime
della guerra e la condotta delle ostilità durante i conflitti
armati. Esse
sono completate dai due Protocolli Aggiuntivi dell'8 giugno 1977,
da molti
trattati internazionali relativi a dei soggetti specifici e da numerose
norme consuetudinarie.
"Si può celebrare il cinquantesimo anniversario delle
Convenzioni del 1949
?" si domandava l'autore di un articolo pubblicato nel numero
precedente
della Rivista. Nelle circostanze attuali, la questione riveste
un'importanza particolare, poiché molti conflitti omicidi
si sviluppano
oggi nel mondo, senza rispetto né per l'uomo né per
ciò che lo circonda.
Alcuni autori dei testi pubblicati in questo numero, non festeggiano
una
vittoria né tentano di promuovere una sconfitta. Essi esaminano
piuttosto
certi aspetti concreti del diritto internazionale umanitario e le
difficoltà della sua applicazione, nell'idea di rafforzare
le basi per
assicurare un rispetto migliore.
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Rivista Internazionale della Croce Rossa
Giugno 1999 - volume 81 - n. 834
Indice degli argomenti
100 anni: Diritto de L'Aia
50 anni: Convenzioni di Ginevra del 1949
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pag.201 Editoriale
pag.203 Una nota dell'Editore
pag.205 Dalla Seconda Guerra Mondiale alla Conferenza
diplomatica del 1949
Jean Pictet
pag.209 Le Convenzioni di Ginevra del 1949: una strada decisiva
(prima parte)
Catherine Rey-Shyrr
pag.241 Il mezzo secolo delle Convenzioni di Ginevra
pag.265 1949 e 1999: Rendere importanti le Convenzioni di Ginevra
dopo la Guerra Fredda
David Forsythe
pag.277 Cent'anni dopo L'Aia, cinquant'anni dopo Ginevra:
il Diritto Internazionale Umanitario ai tempi della
guerra civile
Marie-José Domestici-Met
pag.303 Passi da fare per assicurare l'applicazione del
diritto internazionale umanitario nelle
Filippine
Alberto T. Muyot e Vincent Pepito F. Yambao
pag.317 L'applicazione delle Convenzioni di Ginevra del
Tribunale Internazionale per la ex Yugoslavia
William J. Fenrick
pag.331 L'influenza dei principi umanitari nei negoziati
dei trattati sul controllo delle armi
Robert J. Mathews e Timothy L. H. McCormack
pag.353 Il Comitato Internazionale della Croce Rossa
all'epoca della prima Conferenza de L'Aia (1899)
André Durand
pag.365 I progetti ginevrini di revisione della Convenzione
di Ginevra del 22 agosto 1864 (1868-1898)
Véeronique Harouel
Croce Rossa e Mezzaluna Rossa
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pag.387 La ricerca dei tedeschi prigionieri o considerati
dispersi nel corso della Seconda Guerra mondiale -
Una pagina della storia del Servizio di ricerche
della Croce Rossa Tedesca
Monika Ampferl
Fatti e documenti
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pag.403 Il conflitto nei Balcani e il rispetto del Diritto
Internazionale Umanitario
pag.412 Il Comitato Internazionale della Croce Rossa riafferma
la sua politica di "porte aperte" sul suo ruolo durante
e dopo a Seconda Guerra mondiale
pag.416 Adesione della Repubblica del Kenya ai Protocolli
Aggiuntivi alle Convenzioni di Ginevra del
12 agosto 1949
pag.417 Dichiarazione del Regno Unito di Gran Bretagna
e d'Irlanda del Nord secondo l'articolo 90
del I Protocollo
pag.418 Ratifiche del Protocolli Aggiuntivi alle Convenzioni
di Ginevra del 12 agosto 1949 dell'Irlanda
Libri e riviste
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pag.423 Michel Deyra, Droit International Humanitaire
(Antoine Bouvier)
pag.424 Véronique Harouel, Histore de la Croix-Rouge
(Adolfo J, Beteta H.)
pag.427 Michael A. Meyer e Hilaire McCoubrey (ed.) Reflections
on law and armed conflicts. The selected works on the
laws of war by the late Professor Colonel G.I.A.D.
Draper, OBE
(Michael Bothe)
pag.429 Caroline Moorehead, Dunant's Dream - War, Switzerland
and the history of the Red Cross
(Hans-Peter Gasser)
pag.433 Ameur Zemmali, Combattants et prisonniers de guerre en
droit
islamique et en droit international humanitaire
(Habib Slim)
pag.438 Pubblicazioni recenti
Varie
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pag.440 Il Fondo Paul Reuter
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Dalla Revue International de la Croix Rouge nr.833 - Marzo 99 pag.135
-
Tradotto da Alessandra Sorrenti
SI PUO' FESTEGGIARE IL 50° ANNIVERSARIO DELLE CONVENZIONI DI
GINEVRA?
(prima parte)
di Gilbert Holleufer
Il 50° anniversario delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto
1949 per la
protezione delle vittime di guerra è certamente una data
che si rivolge al
Movimento internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e a tutti
coloro
che si interessano al diritto internazionale umanitario. Certamente,
si può
vedere in esso un'occasione di commemorazione tra le tante di questa
fine
secolo, laddove la maggior parte delle istituzioni moderne, quasi
tutte
generate dalla fine della Seconda Guerra mondiale, celebrano il
loro
cinquantesimo anniversario. Ma per il Comitato Internazionale della
Croce
Rossa (CICR) e in particolare per il Movimento, è naturale
che si diffonda
al tempo stesso l'idea di un avvenimento, di una celebrazione, in
poche
parole, di un'iniziativa evidente che soddisfi il desiderio di "fare
qualcosa" in questo appuntamento inevitabile della storia.
Tuttavia sorge subito un dubbio: è legittimo celebrare semplicemente,
e in
primo luogo, un trattato che, pur avendo permesso di praticare innumerevoli
azioni tese a ridurre le sofferenze di popolazioni in situazioni
di guerra,
non ha permesso di risparmiare dalla morte e dalla sofferenza milioni
di
vittime costate all'umanità in questa fine secolo, durante
il quale le
distruzioni effetto della guerra hanno raggiunto proporzioni
raccapriccianti? Nonostante ciò, il Movimento internazionale
di Croce Rossa
e Mezzaluna Rossa, che ha difeso il diritto internazionale umanitario
con
costanza, non deve portare solamente sulle proprie spalle il peso
della
miseria che si è abbattuta su tanti milioni di persone nelle
guerre del
secolo. Al contrario, il suo compito nei confronti del diritto
internazionale umanitario, alla vigilia di questo anniversario,
deve essere
quello di adoperarsi ancor più intensamente per promuovere
non solo un
insieme di trattati importanti, ma anche i valori che rappresentano.
All'incrocio tra passato e futuro, non si può comprendere
un anniversario
che in una prospettiva storica, ed è in tale prospettiva
che il Movimento e
la comunità internazionale sono in qualche modo invitati
nel 1999 a
compiere ulteriori sforzi per portare tutti coloro che sono coinvolti
ad
una riflessione che porti sia a fare un bilancio sia a fare progetti
per
l'avvenire. Traendo una lezione dal passato, guardando al futuro,
questa
riflessione deve giungere alle origini, all'essenziale, poiché
non si
potrebbe scegliere un momento migliore: e l'essenziale, in materia
di
diritto o di principi umanitari, è sapere se è realistico
pensare che un
grado di decenza, una certa regolamentazione dei comportamenti,
una certa
codificazione di atti e attitudini siano possibili in guerra e di
sapere
come mettere in pratica questa idea.
In effetti, al di là di tutte le divergenze di opinione,
ciò che è certo è
che parlare di vera posta in gioco del diritto internazionale umanitario
e
della tradizione morale che lo sostiene parlare di guerra e in maniera
abbastanza credibile per rispondere alle domande dei dibattiti che
hanno
una reale influenza al giorno d'oggi sulla guerra. Il diritto
internazionale umanitario e i suoi principi sono violati o dimenticati
ogni
giorno: non si può rinunciare a lottare né vivere
di illusioni. Bisogna
andare incontro alla realtà e sbarazzarsi delle astrazioni
morali.
Altrimenti, il diritto internazionale umanitario e i suoi principi
correranno sempre il rischio di restare virtuali, il discorso del
CICR e
del Movimento nel suo insieme rischierà di ottenere una vittoria
morale,
certamente, ma troppo spesso ciò significa una sconfitta
"politica" e
sociale. Ora, per far sì che un dibattito sia in grado di
fornire delle
risposte, bisogna che parta da delle buone domande. Tale è
la sfida forse
che questo fine secolo lancia al Movimento, laddove la confusione
tra i
punti di vista umanitari, la confusione dei discorsi e dei termini
di
riferimento contraddittori che li veicolano, hanno forse finito
per mettere
in ombra la domanda essenziale: i fondamenti dell'etica umanitaria
sono
universalmente condivisi? Come può accadere che l'etica umanitaria
sia così
spesso riconosciuta sul piano dei valori, e , ahimè, così
poco messa in
pratica sul campo? Si tratta dunque solo di una fatalità?
Porre queste
domande, è porsi quella del rapporto tra la natura umana
e la guerra in
generale, un dibattito senza dubbio vecchio come il mondo ma divenuto
di
attualità sempre più scottante nel corso del XX secolo.
E' sicuramente nei
riguardi di tale questione che bisogna oggi le poste in gioco dell'etica
umanitaria, non solo sotto forma di imperativo morale, ma maggiormente
come
una via verso soluzioni pratiche e reali.
Il dibattito moderno sulla guerra
Il discorso umanitario è prima di tutto un'obiezione alla
concezione a
priori radicalmente distruttrice dell'attività di guerra.
Ora,
ridimensionando questa posizione morale, il dibattito sulla guerra
si è
principalmente incentrato, nel corso di questo secolo, sull'esplorazione
di
mezzi per sradicare il "fenomeno guerra" una volta per
tutte. La storia di
tale dibattito mette in luce la tragica tensione tra la volontà
di finire
con la guerra e l'evidenza sconcertante della sua ricomparsa, sempre
più
violenta, sempre più scandalosa. Una tale tensione, simili
rivolgimenti, si
spiegano però in vista del contesto in cui ha avuto luogo.
Nella
prospettiva storica cui ci invita la fine di questo secolo, è
legittimo
tornare indietro, per tastare il polso di questo scontro fondamentale,
e
per collocarvi il diritto internazionale umanitario, al fine di
capire
meglio ciò che è in gioco del presente.
Nel 1933, su iniziativa della Società delle Nazioni, Albert
Einstein
inizia una corrispondenza con Sigmund Freud sul tema "perché
la guerra?",
che dà origine ad un opuscolo di rara qualità e di
rara autenticità in
quell'anno fatidico. Questo opuscolo, troppo a lungo dimenticato
in
seguito, rimane espressione di grande attualità. La discussione
tra queste
due geniali figure della storia delle idee riassume mirabilmente
l'insieme
del dilemma sul quale si confronta il dibattito di questo secolo
sulla
guerra. Da un lato, Albert Einstein, difensore dell'idea che il
progresso
scientifico deve necessariamente accompagnarsi ad un proporzionale
progresso morale dell'umanità, incarna una posizione ottimista
pacifista.
Quest'ultima non gli impedisce di essere lucido e d'interrogarsi
sulla
natura distruttrice dell'umanità, che egli evoca con forza,
per chiedere a
Freud se pensa che sarà possibile un giorno dominare questo
"bisogno d'odio
e distruzione che l'uomo ha in sé".
Al fisico magnanimo, lo psicologo oppone all'inizio un realismo
che si
basa sull'esperienza acquisita dall'esplorazione minuziosa della
natura
umana: esponendo semplicemente i meccanismi della violenza e della
guerra,
che giudica inseparabili dalla natura umana in quella che egli chiama
la
sua propria "mitologia" scientifica, si rassegna a dichiarare
che in
funzione di tali osservazioni, "si farebbe opera inutile a
pretendere di
sopprimere le tendenze distruttive dell'uomo", anche se egli
stesso
riconosceva "che si può tentare di canalizzare la tendenza
umana
all'aggressione, in modo che non trovi espressione nella guerra".
Indicando
delle vie teoriche, finì tuttavia per dire che "c'è
ogni probabilità che
sia una speranza utopistica" se si cerca una soluzione a breve
termine. Se
esistono vie "praticabili [...] non permettono di giungere
a successi
rapidi". Ma aggiunge anche che "che non è affatto
piacevole immaginare dei
mulini che macinano così lentamente che si farebbe a tempo
a morire di fame
prima di avere la farina".
Da un lato Einstein, che pure indica ostacoli con precisione, è
convinto
che una soluzione radicale, che porti alla pace universale, debba
esistere.
Dall'altra, Freud, moralmente più a disagio, è convinto
che la tendenza
distruttrice fondamentale dell'uomo sia insuperabile. Anche se crede
che
sia possibile mitigarla, resta pessimista riguardo alla fatale incapacità
dell'uomo di dominare le proprie tendenze.
Al di là dei loro argomenti, evidentemente discutibili, Einstein
e Freud,
sotto la pressione del momento storico, si pongono coraggiosamente
a
discutere il nocciolo della questione, e rappresentano i due estremi
tra i
quali il dibattito moderno sulla guerra ha oscillato durante il
secolo: da
un lato una posizione ottimista che crede nella capacità
dell'uomo di
superare la propria originale violenza fino ad abolire la guerra,
dall'altro la posizione pessimista, che dubita che la creatura umana
possa
mai gestire i propri conflitti se non ricorrendo alla violenza armata.
Tra
queste due posizioni si schiereranno tutte le grandi questioni del
secolo.
Che ne è del diritto internazionale umanitario? I principi
etici che
sostengono questo edificio, a guardarli da più vicino, si
collocano a metà
strada tra queste due posizioni estreme. Il diritto stesso esprime
chiaramente questo "compromesso" morale, che riconoscendo
al tempo stesso
la guerra come un realtà de facto, cerca di obiettare ad
essa con
l'esigenza del rispetto della persona umana. Ciascuna della quattro
Convenzioni regola il comportamento in guerra tenendo conto sia
della
necessità militare sia della necessità umanitaria
di proteggere la dignità
degli uomini. Tale posizione è sembrata moralmente difficile
da ammettere,
parve contraddittoria, è fu talvolta criticata non solo come
compromesso,
ma come moralmente "compromettente", poiché alcuni
ritengono che
"giustifichi" la guerra. E pure esiste, e se non annuncia
un mondo ideale,
non ha smesso di corrispondere alla realtà dei fatti, che
non hanno mai
permesso all'umanità di dondolare tra uno stato di pace universale
e uno
stato di guerra universale.
Tra il 1933 e il 1945, un mondo quanto mai reale perde intanto di
vista i
suoi ideali, qualunque siano, e sprofonda nell'orrore, come se
nell'immediato, la Storia avesse voluto dare ragione a ciò
che Freud evoca
di peggiore nella natura umana. Nel 1945, in compenso , è
l'ora della
strutturazione dei discorsi della non-violenza, e non solo in Occidente.
Ne
è prova l'epopea di Gandhi. Nell'euforia della pace ritrovata
e del "mai
più questo", gli Stati adottano la Carta delle nazioni
Unite che bandisce
virtualmente la guerra, come una prima tappa concreta verso giorni
che
esalteranno la pace universale. Si potrebbe credere che il diritto
internazionale umanitario e i suoi principi siano presto condannati
a
divenire obsoleti. Nel 1946, la Commissione del diritto internazionale
delle Nazioni Unite si rifiuta in effetti di entrare nella questione
della
codificazione del diritto di guerra. Pertanto, nel 1949, gli Stati
pongono
il loro impegno nella revisione delle Convenzioni di Ginevra esistenti
e
anche nell'adozione di una quarta Convenzione, in apparente contraddizione
con lo spirito pacifista dominante che ha ispirato la Carta delle
Nazioni
Unite. Ciò che può sorprendere si spiega in parte
col semplice fatto che ,
già dopo il 1945, la situazione internazionale stava rapidamente
degradando
che la prospettiva di una terza guerra, della guerra, si affermava
nuovamente come una fatalità quasi inevitabile, tagliando
corto con tutto
le speranze di pace. E non è che nel momento della percezione
della guerra,
come una realtà tangibile, che il diritto umanitario ricostituisce
l'unanimità, che il "compromesso" si impone come
un ricorso pragmatico
contro il peggio se non contro il male, permettendo almeno di limitare
la
violenza che non si può evitare.
Si sa: la dinamica delle due superpotenze nucleari a metà
del secolo che
in seguito a congelato la guerra nei due blocchi, che hanno beneficiato
di
una falsa pace denominata "guerra fredda", mentre le guerre
si riaccendono
nel resto del mondo. In un mondo in cui le alternative sono radicali
- la
pace o l'olocausto atomico, un'ideologia o l'altra, una guerra giusta
o una
guerra ingiusta - le speranza hanno finito per convergere verso
posizioni
morali estreme: da un lato i seguaci di ideologie dominanti per
le quali la
soluzione finale non poteva essere che la sparizione dell'altro
blocco,
dall'altro, l'esigenza di finirla una volta per tutte con la minaccia
nucleare e la guerra. In tale ambiente saturato da posizioni ideologiche
assolute, di valori esclusivi, di derive verso l'utopia e elle visioni
di
apocalisse nucleare, è naturale che l'obiezione umanitaria
e il diritto
internazionale umanitario non abbiano ottenuto che la parte ridotta
del
dibattito globale. Resta sul campo protetto dalle Convenzioni di
Ginevra,
scritte verso e contro tutto il sistema internazionale, con l'apporto
dell'insieme del Movimento, il CICR che ha potuto trasformare i
loro
principi in atti dei quali hanno potuto beneficiare le vittime delle
guerre
che si sono susseguite.
Ma la storia ha avuto ragione sui discorsi, ancora una volta. Senza
preavviso, senza che alcuno potesse immaginare una tale evoluzione,
la
cortina di ferro è caduta in un batter d'occhio, da sola,
senza che alcuna
delle forze ideologiche e militari così lungamente forbite
durante il
secolo non l'abbiano potuta spingere. Poichè altre dinamiche
si erano già
messe in moto, i discorsi dominanti si integrano male. Infine, la
realtà ha
trasformato questi discorsi in illusioni. Dove sono oggi le ideologie
che
furono la nostra preoccupazione dominante in tanti anni? E quante
critiche
sono state avanzate su questo ritorno al caos, al complesso e
all'inesplicabile che ha subitaneamente significato per tutti i
sistemi
stabiliti la fine della guerra fredda?
Pierre Hassner riassume in maniera ammirevole il fenomeno: "La
fine della
guerra fredda è la vittoria delle evoluzioni sulle strutture"
.
I processi politici, economici, sociali e tecnologici si sono sviluppati
durante la guerra fredda, di cui hanno finalmente minato le strutture.
Non
si è talvolta rimpianto l'ordine strutturato, stabile, intelligibile,
semplice della guerra fredda? E non c'è stata la tendenza
a immaginare il
dopoguerra fredda ideale sul modello antico, con l'idea di un ordine
mondiale nuovo, ideale strutturale che non ha resistito a lungo
alla nuova
evoluzione?
Quanto all'umanitario, si era ugualmente strutturato durante la
guerra
fredda, ma questa formazione gli è costata la flessibilità
di cui avrebbe
avuto oggi bisogno per comprendere una realtà divenuta fluttuante,
che si
sottrae alle sue categorie prestabilite.
Subito dopo la fine della guerra fredda, la logica del sistema umanitario
internazionale è stata portata e parzialmente assorbita dagli
stessi
processi di mondializzazione politica, militare, economica e tecnologica,
quali siano, più che dal resto della società. L'agitazione
è grande intorno
per l'improvvisa assenza di termini di riferimento comuni e per
la realtà
che sottrae ai mezzi tradizionali. Le azioni, gli attori si sono
istantaneamente moltiplicati. Anche i discorsi si fanno sempre più
confusi.
Le parole fanno sempre più fatica a definire la situazione
e la
proliferazione dei neologismi e parole composte è un sintomo
significativo
(urgenza complessa, politico - militare, peace keeping, peace making,
peace
support, ecc.). I differenti mandati, i differenti attori, i differenti
punti di vista si oppongono gli uni agli altri invece di completarsi.
L'umanitario si frammenta, come il resto della società. Si
cerca di colmare
la divaricazione che si è creata tra le parole e i fatti.
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