Stralci da "Un souvenir de Solferino" di Henry Dunant

.....Nell'Ospedale e nelle Chiese di Castiglione sono stati depositati, fianco a fianco, uomini di ogni nazione. Francesi, Austriaci, Tedeschi e Slavi, provvisoriamente confusi nel fondo delle cappelle, non hanno la forza di muoversi nello stretto spazio che occupano.Giuramenti, bestemmie che nessuna espressione può rendere. Risuonano sotto le volte dei santuari. Mi diceva qualcuno di questi infelici <Ci abbandonano, ci lasciano morire miseramente, eppure noi ci siamo battuti bene!>. Malgrado le fatiche che hanno sopportato malgrado le notti insonni, essi non riposano e, nella loro sventura implorano il soccorso dei medici e si rotolano disperati nelle convulsioni che termineranno con il tetano e la morte.

.....Benché ogni casa si fosse trasformata in una infermeria e malgrado che ogni famiglia avesse tanto da fare per curare gli ufficiali ospitati, la domenica mattina sono riuscito a riunire un certo numero di donne che fecero del loro meglio per soccorrere i feriti, non si trattava di amputazioni né di altre operazioni chirurgiche, ma bisognava assicurare il vitto e soprattutto soddisfare la sete di gente che moriva di stenti e di privazioni: bisognava poi pensare alle loro piaghe, alle loro ferite, e lavare dei corpi sanguinanti, coperti di fango, di vermi, e bisognava fare tutto ciò in mezzo a esalazioni fetide e nauseabonde, attraverso lamenti e urla di dolore, in una atmosfera bruciante e corrotta. Ben presto si formò un nucleo di volontarie, e le donne lombarde si appressarono a coloro che gridavano più forte senza essere sempre quelli di cui si doveva temere di più, cercai di organizzare, il meglio possibile, i soccorsi in quei quartieri che sembravano essere i più sprovvisti, e adattai particolarmente una delle Chiese di Castiglione, situata in una altitudine a sinistra venendo da Brescia. e chiamata. se non erro, Chiesa Maggiore.

Vi sono raccolti quasi 500 soldati e ve ne sono almeno altri cento stesi sulla paglia davanti alla Chiesa e sotto tende appositamente tese per preservarli dal sole, le donne che sono entrate nell'interno, passando, da uno all'altro, con anfore e secchi pieni d'acqua limpida che serve a placare la sete, a umettare le ferite. Alcune di queste infermiere sono belle e graziose ragazze: la loro bellezza, la loro bontà piena di lagrime e di compassione le loro cure attente e premurose sollevano un po' il coraggio e il morale dei malati. Giovinetti del luogo vanno e vengono dalle case alle fontane più vicine con secchi, bidoni e recipienti più svariati.

La Intendenza Francese che si é stabilita a Castiglione accorda la autorizzazione di utilizzare, per i servizi degli ospedali, prigionieri robusti e tre medici austriaci vengono a collaborare con un giovane aiutante maggiore corso.

.....Povere madri di Germania, d'Austria, d'Ungheria e di Boemia, come non pensare alle vostre angosce quando avete appreso che i vostri figli feriti sono prigionieri di paesi nemici! Ma le donne di Castiglione vedendo che io non fò alcuna distinzione di nazionalità seguono il mio esempio e testimoniano la stessa benevolenza a tutti questi uomini di origine diversa e che sono per loro tutti ugualmente stranieri.

Ma le donne di Castiglione vedendo che non faccio alcuna distinzione di nazionalità, seguono il mio esempio, dando prova della medesima gentilezza nei confronti di tutti questi uomini di origini così diverse e che sono per loro tutti ugualmenti estranei. -”Tutti fratelli!”- ripetevano con emozione. Onore a queste donne compassionevoli, a queste fanciulle di Castiglione! nulla le ha disgustate, stancate o scoraggiate, e la loro modesta devozione non ha tenuto conto né di ribrezzo, né di fatiche, né di sacrifici.

.....In ogni borgo situato sulla strada che conduce a Brescia, le contadine sono assise davanti alle loro porte preparando silenziosamente filacce e bende: quando arriva un convoglio, esse salgono sulla vettura, cambiano le compresse, lavano le piaghe, rinnovano i bendaggi dopo averli inzuppati nell'acqua fresca; versano cucchiaiate di brodo, di vino, di limonata sulla bocca di quelli che non hanno più forza di sollevare la testa e le braccia.

Brescia: Questa città così graziosa e pittoresca é trasformata non in una grande ambulanza provvisoria come Castiglione, bensì, in un immenso ospedale: le due cattedrali, le chiese, i palazzi, i conventi, i collegi, le caserme, in una parola tutti i suoi edifici, sono ingombri delle vittime di Solferino. Sono stati improvvisati quindicimila letti da un giorno all'altro; i generosi abitanti hanno fatto quello che non sarebbe stato possibile fare in nessun luogo di fronte a simili avvenimenti. Al centro della città é l'antica basilica chiamata Duomo Vecchio o la Rotonda che con le sue due cappelle contiene un migliaio di feriti. Il popolo li visita continuamente e le donne di ogni classe portano loro a profusione arance gelati, biscotti, dolci. La umile vedova o la più povera vecchia non si ritiene dispensata di portare il suo tributo di simpatia, la sua modesta offerta, Le stesse scene si ripetono nella nuova cattedrale, magnifico tempio di marmi bianchi dalla vasta cupola, in cui sono raccolti centinaia di feriti, e si ripetono altresì negli altri quaranta edifici, chiese e ospedali che contengono fra tutti quasi ventimila feriti e mutilati.

Milano: Tutte le famiglie che dispongono di vetture vengono a ritirare i feriti alla stazione e questi equipaggi inviati spontaneamente dai milanesi sono più di cinquecento: i più ricchi calessi, come le più modeste carrette, sono tutte le sere dirette a Porta Tosa dove fa scalo la ferrovia di Venezia: le nobildonne italiane reclamano l'onore di porre esse stesse nelle loro vetture che hanno guarnito con materassi, coperte, e origlieri-gli ospiti che vengono loro assegnati e che dai vagoni sono trasportati in queste opulente carrozze dai signori lombardi, aiutati in questo ufficio dai loro servitori pieni di zelo. La folla fa ala al passaggio di questi privilegiati della sofferenza, si scopre rispettosamente, scorta la marcia lenta delle vetture con torce che illuminano la malinconica figura dei feriti che cercano di sorridere; li accompagna fino alla soglia dei palazzi e delle case che li ospiteranno e dove li attendono le cure più assidue.