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Museo Internazionale della Croce Rossa

Castiglione delle Stiviere MN

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Henry DunantHenry Dunant Jean Henri Dunant, più noto come Henry Dunant
HENRY DUNANT, note biografiche

Ginevra (Svizzera), 8 maggio 1828
Heiden (Svizzera) 30 ottobre 1910


Educazione culturale e formazione religiosa

Henry Dunant nasce in una famiglia della media borghesia, il padre è un commerciante ed è consigliere alla Camera delle Tutele per la sorveglianza e protezione degli orfani. Nella formazione della sua personalità è la figura della madre che ha un peso determinante: gli trasmette sensibilità d’animo, profondità di sentimenti e grande attenzione alla condizione di vita della gente. La famiglia Dunant è di religione calvinista, elemento importante per la formazione umana e personale di Henry Dunant, avendolo predisposto a una notevole apertura d’idee e al concetto di universalità. Un importante incontro Henry Dunant lo avrà a 25 anni con Enrichetta Beecher Stowe, autrice del libro La capanna dello zio Tom, testo fondamentale di sensibilizzazione contro la schiavitù. Il suo impegno in questo settore si concretizzerà nel 1875 a Londra.

Affari

L'esperienza in questo campo è durata solo 14 anni. Dunant esordisce a Ginevra come uomo d'affari a 25 anni nel settore bancario, per poi passare alla Compagnia delle colonie svizzere di Sétif, in Algeria. Qui, fino a 31 anni (quando giunge a Castiglione), tenta di sviluppare un progetto di coltivazioni cereagricole e la conseguente macinazione attraverso l’installazione di mulini. Per fare ciò ha bisogno di concessioni per la lavorazione di terreni e per la loro irrigazione, che il governo algerino non gli concederà mai. A 38 anni (dopo essere stato in Italia e dopo aver scritto il libro Un souvenir de Solferino) cerca di risollevare le sorti delle imprese nord-africane senza peraltro riuscirci. A 39 anni il Credito Ginevrino, banca che ha finanziato i lavori in Algeria, conduce contro di lui un’azione che lo porterà al fallimento. Per capire meglio cosa voleva dire fallire nella Ginevra di metà ’800, basti ricordare quanto scritto su di lui da Fernand Gigon ne L’avventuriero della carità: «Quando un uomo oltraggia la finanza, per lui non c’è più remissione. La sua rovina morale dura fintanto che gli resta un alito di vita per raccomandarsi a Dio. Calunnia, ostilità accanita, cattiveria, malizia e calcolo, tutto ciò che la Bibbia attribuisce a satana viene messo in opera contro di lui. A Ginevra, la morale è salva fin dove è salva la finanza. All’infuori di questa norma inflessibile, nessuna salvezza».

Attività umanitaria

Il viaggio in Italia, in Lombardia e precisamente a Castiglione delle Stiviere e a Solferino, nel 1859, per la vita di Dunant trentunenne è un elemento di rottura. Dopo questa esperienza, non riprenderà più gli affari se non per concluderli con un fallimento. A Castiglione è conquistato da un'idea a cui era predisposto da quando, ragazzino, veniva portato dai genitori a visitare le prigioni: scrivere un libro per scuotere le coscienze verso la solidarietà. E questo sarà fondamentalmente l'intento di Un souvenir de Solferino, con cui cercherà di convincere i potenti della terra a costituire società di soccorso al fine di addestrare, in tempo di pace, personale volontario per intervenire in tempo di guerra a fianco dei reparti di sanità degli eserciti (verificatisi inadeguati proprio a Solferino). La prima edizione del libro è in 1600 copie, pagata interamente dall’autore stesso.

Due sono i concetti innovativi su cui si basa la sua proposta: la neutralità del ferito e del personale volontario e l’imparzialità del soccorso. Anticipazione di quanto, nel 1864, sarà sancito nella I Convenzione di Ginevra, è l'invito a promuovere un congresso nel quale «formulare qualche principio internazionale, convenzionale e sacro, che una volta accordato e ratificato servirebbe da base alle Società di Soccorso per i feriti nei diversi paesi d’Europa».

Altra tappa importante nella vita di Dunant è nel 1872 a Plymouth (Inghilterra), dove presenta una sua relazione sulla condizione e il trattamento dei prigionieri di guerra (che diventerà tema centrale della III Convenzione di Ginevra nel 1929) e un progetto sull’Alta Corte Internazionale di Arbitraggio (ancora oggi argomento all'attenzione degli Stati, dell’Onu, della Croce Rossa e delle organizzazioni umanitarie).

L’ultima apparizione in pubblico di Dunant è a Londra, il 1° febbraio 1875 (a 47 anni), durante il congresso internazionale convocato da una associazione da lui stesso fondata 5 anni prima, il cui scopo è «l’abolizione completa e definitiva della tratta dei negri e del commercio degli schiavi».

Seguono 20 anni di buio pressoché totale sulla sua vita: probabilmente in quel periodo Dunant visse senza fissa dimora, di carità e dell’ospitalità di qualche amico. Fino al 1895, quando il giornalista svizzero George Baumberger lo ritrova ad Heiden, un piccolo villaggio sulle colline a sud del lago di Costanza in Svizzera, ospite della pensione Paradiso.



(Note biografiche a cura di Maria Grazia Baccolo, traduzione inglese a cura di Mara Tonini)
Stralci da Un souvenir de Solferino,
di Henry Dunant
... Nell'Ospedale e nelle Chiese di Castiglione sono stati depositati, fianco a fianco, uomini di ogni nazione. Francesi, Austriaci, Tedeschi e Slavi, provvisoriamente confusi nel fondo delle cappelle, non hanno la forza di muoversi nello stretto spazio che occupano.

... Malgrado le fatiche che hanno sopportato malgrado le notti insonni, essi non riposano e, nella loro sventura implorano il soccorso dei medici e si rotolano disperati nelle convulsioni che termineranno con il tetano e la morte.

... Benché ogni casa si fosse trasformata in una infermeria e malgrado che ogni famiglia avesse tanto da fare per curare gli ufficiali ospitati, la domenica mattina sono riuscito a riunire un certo numero di donne che fecero del loro meglio per soccorrere i feriti, non si trattava di amputazioni né di altre operazioni chirurgiche, ma bisognava assicurare il vitto e soprattutto soddisfare la sete di gente che moriva di stenti e di privazioni: bisognava poi pensare alle loro piaghe, alle loro ferite, e lavare dei corpi sanguinanti, coperti di fango, di vermi, e bisognava fare tutto ciò in mezzo a esalazioni fetide e nauseabonde, attraverso lamenti e urla di dolore, in una atmosfera bruciante e corrotta. Ben presto si formò un nucleo di volontarie, e le donne lombarde si appressarono a coloro che gridavano più forte senza essere sempre quelli di cui si doveva temere di più, cercai di organizzare, il meglio possibile, i soccorsi in quei quartieri che sembravano essere i più sprovvisti, e adattai particolarmente una delle Chiese di Castiglione, situata in una altitudine a sinistra venendo da Brescia, e chiamata, se non erro, Chiesa Maggiore.

... Vi sono raccolti quasi 500 soldati e ve ne sono almeno altri cento stesi sulla paglia davanti alla Chiesa e sotto tende appositamente tese per preservarli dal sole, le donne che sono entrate nell'interno, passando, da uno all'altro, con anfore e secchi pieni d'acqua limpida che serve a placare la sete, a umettare le ferite. Alcune di queste infermiere sono belle e graziose ragazze: la loro bellezza, la loro bontà piena di lagrime e di compassione le loro cure attente e premurose sollevano un po' il coraggio e il morale dei malati. Giovinetti del luogo vanno e vengono dalle case alle fontane più vicine con secchi, bidoni e recipienti più svariati.

... Povere madri di Germania, d'Austria, d'Ungheria e di Boemia, come non pensare alle vostre angosce quando avete appreso che i vostri figli feriti sono prigionieri di paesi nemici! Ma le donne di Castiglione vedendo che non faccio alcuna distinzione di nazionalità, seguono il mio esempio, dando prova della medesima gentilezza nei confronti di tutti questi uomini di origini così diverse e che sono per loro tutti ugualmenti estranei. -”Tutti fratelli!”- ripetevano con emozione. Onore a queste donne compassionevoli, a queste fanciulle di Castiglione! nulla le ha disgustate, stancate o scoraggiate, e la loro modesta devozione non ha tenuto conto né di ribrezzo, né di fatiche, né di sacrifici.

... In ogni borgo situato sulla strada che conduce a Brescia, le contadine sono assise davanti alle loro porte preparando silenziosamente filacce e bende: quando arriva un convoglio, esse salgono sulla vettura, cambiano le compresse, lavano le piaghe, rinnovano i bendaggi dopo averli inzuppati nell'acqua fresca; versano cucchiaiate di brodo, di vino, di limonata sulla bocca di quelli che non hanno più forza di sollevare la testa e le braccia.

Brescia: Questa città così graziosa e pittoresca è trasformata non in una grande ambulanza provvisoria come Castiglione, bensì, in un immenso ospedale: le due cattedrali, le chiese, i palazzi, i conventi, i collegi, le caserme, in una parola tutti i suoi edifici, sono ingombri delle vittime di Solferino. Sono stati improvvisati quindicimila letti da un giorno all'altro; i generosi abitanti hanno fatto quello che non sarebbe stato possibile fare in nessun luogo di fronte a simili avvenimenti. Al centro della città è l'antica basilica chiamata Duomo Vecchio o la Rotonda che con le sue due cappelle contiene un migliaio di feriti. Il popolo li visita continuamente e le donne di ogni classe portano loro a profusione arance, gelati, biscotti, dolci. La umile vedova o la più povera vecchia non si ritiene dispensata di portare il suo tributo di simpatia, la sua modesta offerta. Le stesse scene si ripetono nella nuova cattedrale, magnifico tempio di marmi bianchi dalla vasta cupola, in cui sono raccolti centinaia di feriti, e si ripetono altresì negli altri quaranta edifici, chiese e ospedali che contengono fra tutti quasi ventimila feriti e mutilati.

Milano: Tutte le famiglie che dispongono di vetture vengono a ritirare i feriti alla stazione e questi equipaggi inviati spontaneamente dai milanesi sono più di cinquecento: i più ricchi calessi, come le più modeste carrette, sono tutte le sere dirette a Porta Tosa dove fa scalo la ferrovia di Venezia: le nobildonne italiane reclamano l'onore di porre esse stesse nelle loro vetture – che hanno guarnito con materassi, coperte, e origlieri – gli ospiti che vengono loro assegnati e che dai vagoni sono trasportati in queste opulente carrozze dai signori lombardi, aiutati in questo ufficio dai loro servitori pieni di zelo. La folla fa ala al passaggio di questi privilegiati della sofferenza, si scopre rispettosamente, scorta la marcia lenta delle vetture con torce che illuminano la malinconica figura dei feriti che cercano di sorridere; li accompagna fino alla soglia dei palazzi e delle case che li ospiteranno e dove li attendono le cure più assidue.